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Monaci buddisti in Tibet
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Manaslu (8163m, Nepal, Himalaya)
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Autunno Nepalese, tra spedizioni alpinistiche e questione tibetana

15.09.2008 di Manuel Lugli

Manuel Lugli fa il punto della situazione di quest’autunno dell’alpinismo in Nepal dopo la chiusura degli Ottomila tibetani per le Olimpiadi e l’atteggiamento filo cinese del Governo nepalese.

In molti ci eravamo chiesti come sarebbe stato il dopo Olimpiadi per l’alpinismo himalayano. Ci si chiedeva se la chiusura dell’Everest e delle altre grandi montagne tibetane per il passaggio della fiaccola olimpica sarebbe poi stata davvero “temporanea”, ma anche e soprattutto se la stretta del governo cinese su tutto il Tibet si sarebbe allentata almeno un po’.

La risposta è arrivata puntuale con questa nuova stagione autunnale e non è per nulla confortante come ci scrive Manuel Lugli da Namche Bazar: un Tibet in regime di “semi libertà” fa da contraltare ad un Nepal che, del resto come tutto il mondo occidentale, “subisce” il potere economico della Cina.

In questo quadro anche l’alpinismo himalayano, in verità forse l’aspetto meno importante del tutto, deve subire restrizioni e controlli fino a poco tempo fa sconosciuti. Con gli alpinisti costretti ad affollare, tutti insieme ma non si sa quanto appassionatamente, gli Ottomila nepalesi; come il Manaslu che registrerà il numero record e assurdo di 25 spedizioni al campo base… Anche questo è il segno evidente di un Tibet prigioniero.


Greetings from Namche
di Manuel Lugli

Atterrando al Tribhuvan International Airport di Kathmandu in questa calda giornata di settembre, ritrovo l'atmosfera solita: traffico, caos, clacson e brulichio di persone ovunque. Ed il verde brillante delle colline dissetate dalla coda del monsone. Ma in quest'autunno 2008, vi sono molte cose diverse. Fatti che riguardano aspetti importanti della vita nepalese, come il governo a larga maggioranza maoista, nato dalle elezioni di aprile o come il palazzo reale, simbolo per eccellenza della secolare monarchia nepalese dissoltasi in poche storiche settimane nel 2006, ora svuotato dalla corte di re Gyanendra ed in procinto di diventare museo della neonata repubblica del Nepal.

Il cambio drastico di governo è un evento storico, anche se non sembra, al momento, aver portato sconvolgimenti istituzionali, né allo stile di vita dei nepalesi. Né in meglio, né in peggio. Qualche conflitto interno agli stessi maoisti, oltre che fra le tre componenti del governo – maoisti, comunisti ed i moderati del Nepali Congress – sembra riproporre scenari già visti in passato, mentre il cronico deficit economico-finanziario del paese rende difficile ai “maobadi” la governance, rallentando per ora le radicali riforme istituzionali sbandierate in campagna elettorale. Il premier Prachanda, da buon maoista, ha lo sguardo più rivolto verso la Cina – dove ha fatto la sua primissima visita ufficiale dopo le elezioni - che all'India, la quale si è mostrata un poco infastidita da questo fatto. In ogni caso non potrà pensare di governare il Nepal senza il supporto economico delle due potenze confinanti.

Meno importante, ma con una grande portata simbolica che forse rende maggiormente l'idea del cambiamento del Nepal, è l' “apertura” (non ancora avvenuta ma, pare, molto prossima) del palazzo reale. Un avvenimento che i nepalesi sembrano aver assorbito con indifferenza – forse perché avvenuto senza gli spargimenti di sangue che di solito accompagnano le prese di palazzo - ma che solo poco tempo fa sarebbe stato impensabile. Il palazzo reale, con la sua opulenza, con i suoi accessi guardati notte e giorno da soldati fedeli e circondato da una chilometrica muraglia nel cuore stesso di Kathmandu, era il primo simbolo dell'intangibilità terrena e divina del re. Ora il re vive poco fuori Kathmandu, circondato dalla stessa impenetrabilità e opulenza, ma è diventato “periferico”, non è più al centro del Nepal.

Gli altri cambiamenti di questa stagione riguardano un aspetto sicuramente meno importante dal punto di vista storico, ma considerevole per il panorama alpinistico e sono legati alla situazione tibetana. Con un Tibet ancora in regime, per così dire, di semi-libertà, in cui è consentito l'accesso ai turisti solo per brevi tour classici – Lhasa, Gyantse, Xigatse, una botta e via, a casa; in cui la CTMA, sotto stretto controllo delle autorità cinesi ha emesso pochi permessi per Cho Oyu e Shisha Pangma (Everest ancora off limits), ma solo dopo aver introdotto nuove regole molto restrittive sul numero dello staff nepalese ammesso e sul numero degli alpinisti, i quali devono per forza essere di una sola nazionalità all'interno di uno stesso team; in cui gli alpinisti diretti in Tibet sono costretti ad attese snervanti prima a Kathmandu per ottenere il visto (una settimana) e poi a Kodari, il confine tra Nepal e Tibet, per i capricci arroganti delle autorità cinesi – é giunta notizia di una spedizione italiana diretta al Cho Oyu bloccata a Kodari per ben dieci giorni...

Con tutto ciò dunque, il Nepal vive una “seconda primavera”. La maggior parte delle spedizioni, infatti, dirette agli ottomila “facili” del Tibet, hanno dirottato sull'unico ottomila “facile” del Nepal, il Manaslu. Qui sono già presenti - o stanno convergendo – ben venticinque teams, per l'autunno più affollato che la cronaca riporti per questa montagna. C'é veramente di tutto: Nives Meroi, Romano Benet e Luca Vuerich con alcuni compagni, Edurne Pasaban con il team della TVE, in sfida diretta con Nives per l'undicesimo ottomila, Russel Bryce con i suoi clienti – e se persino lui, il “boss” dell'Everest Nord non é in Tibet, questo la dice lunga sull'atteggiamento dei cinesi... - Henry Todd e molti, molti altri alpinisti e sherpa. Altre spedizioni si trovano al Dhaulagiri ed all'Annapurna, altre ancora all'Everest, come la grossa spedizione scientifica italiana Highcare o quella coreana che tenterà la salita della via di Bonington.

La morte del Tibet è dunque la vita del Nepal, almeno per ciò che riguarda l'alpinismo. Quanto questo durerà non è dato sapere. Qualcuno sperava che dopo i giochi olimpici la situazione tibetana potesse tornare ad una sua pseudo-normalità: non ne sono mai stato convinto ed i fatti, purtroppo, mi danno ragione. Leggo che il Presidente Napolitano ha detto che le olimpiadi sono state un bene per la Cina e per il suo atteggiamento nei confronti delle minoranze e dei diritti umani. Il Presidente è persona seria e stimabile, ma non so proprio da dove tragga la sua fiducia, quando ogni segnale che giunge dal Tibet – e dalla Cina - testimonia l'esatto contrario.

Testimonia il protrarsi di un'arroganza, di una chiusura incondizionata, di una protervia violenta che non teme ritorsioni. Perché non ci saranno mai ritorsioni nei confronti di una potenza, la Cina, che tiene sempre più le redini di un'economia mondiale cui tutti i paesi occidentali – sempre più economicamente decotti, Europa ed USA in primis - guardano con un misto di timore e attrazione, sicuramente con la volontà di non rendersela nemica. Possono bastare due cerimonie sfarzose e pacchiane, quindici giorni di sport blindato e qualche record mondiale per cambiare una rotta politica? Per ridare voce agli ultimi, a pochi pastori nomadi delle alte quote?

Ma c'e davvero ancora qualcuno così ingenuo da credere che lo sport, la fratellanza, De Coubertin, tutti per mano, baci e abbracci cambino qualcosa? Questa é guerra, baby. Guerra di muscoli, sangue, potere e soldi. Tantissimi soldi. Persino il Dalai Lama, solitamente molto cauto nelle sue dichiarazioni, durante queste olimpiadi ha avuto parole inaspettatamente dure sulla repressione che é proseguita senza sosta, e senza testimoni, durante i giochi. Anche questo è un segnale. Un segnale che solo gli ingenui ed i furbi “interessati” possono fare finta di non avvertire.

Manuel Lugli

www.nodoinfinito.com

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