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Manaslu (8163m, Nepal, Himalaya)
Photo by www.nives.alpinizem.net
Manaslu (8163m, Nepal, Himalaya)
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Nives Meroi, Benet e Vuerich: il Manaslu e una ricerca sull’Edema Cerebrale d’Alta Quota

15.09.2008 di PlanetMountain

E’ partita la spedizione di Nives Meroi e Romano Benet verso il Manaslu (8163m, Nepal, Himalaya). Con loro ci sono anche Leila Meroi, che continuerà il suo programma di ricerca sull’Edema Cerebrale d’Alta Quota, e Luca Vuerich anche lui impegnato sull’ottava montagna per altezza della terra.

Nives Meroi e Romano Benet ormai hanno iniziato il trekking di avvicinamento al Campo base del Manaslu. Dopo la brutta avventura dell’inverno scorso al Makalu, dove Nives Meroi era stata vittima di un banale quanto pericoloso incidente che le era costato la frattura di una gamba, questo segna il ritorno in Himalaya della fortissima coppia di alpinisti tarvisiani.

E’ un rientro in campo che oltre a prevedere il tentativo di raggiungere la cima del loro undicesimo Ottomila prevede anche una parte di ricerca scientifica. Con loro infatti c’è anche Leila Meroi, sorella di Nives, che continuerà la sua ricerca già iniziata nel 2004 sull’Edema Cerebrale d’Alta Quota (HACE). Uno studio che potendo sfruttare il laboratorio privilegiato dell’alta quota, come lei stessa spiega: “può ricavare molto, sia per salvaguardare l’incolumità di trekker e alpinisti, sia per studiare da vicino le modificazioni che l’organismo umano subisce in condizioni di forte stress”.


Manaslu 2008: una ricerca sull’Edema Cerebrale d’Alta Quota
di Leila Meroi

Quest’anno ad accompagnare Nives e Romano al Manaslu ci sarò anch’io, con l’obiettivo di portare avanti la mia ricerca sull’Edema Cerebrale d’Alta Quota (HACE). E’ dal 2004 che mi dedico a questo ambito di studi, proprio grazie alla collaborazione di alpinisti come Nives e Romano che, in virtù della particolare etica con la quale conducono la loro attività (senza l’ausilio di ossigeno supplementare, portatori d’alta quota e campi prefissati), mi offrono la possibilità di ottenere una grande mole di informazioni ed una significativa purezza nei dati.

Nives ci scherza sempre su, dicendo che in buona sostanza “vado a misurare quanto diventano più scemi in alta quota”, ma in verità è la prima a rendersi conto dell’emergenza nel portare avanti questa difficile linea di ricerca. Ad oggi infatti, nonostante la vasta letteratura in merito all’HACE, non sono ancora sufficientemente chiari né i meccanismi d’insorgenza di tale patologia, né la sua sintomatologia precoce, spesso confusa con quella del più noto - e meno insidioso - mal di montagna (AMS). Ne conseguono rischiosi errori di valutazione, mettendo in condizione l’alpinista di andare incontro all’esacerbarsi delle manifestazioni tardive della malattia (i cui sintomi più caratteristici sono atassia, anosognosia, alterazioni emotivo-comportamentali e/o dello stato di coscienza), soglia oltre la quale il soggetto non è però più in grado di muoversi autonomamente, limitando pertanto anche la possibilità di poter essere tratto in salvo.

In questi ultimi anni la letteratura specialistica ha evidenziato come alcuni fra i sintomi precoci dell’HACE siano verosimilmente di tipo neurocognitivo. Il mio obiettivo è pertanto quello di pervenire alla realizzazione di uno strumento d’indagine pratico ed efficace per valutare il grado di compromissione delle funzioni cognitive degli alpinisti, in modo da cogliere precocemente l’eventuale insorgenza di edema cerebrale e mettere così in condizione il soggetto di poter essere tratto in salvo rapidamente. L’alta quota è senza dubbio un laboratorio privilegiato dal quale si può ricavare molto, sia per salvaguardare l’incolumità di trekker e alpinisti, sia per studiare da vicino le modificazioni che l’organismo umano subisce in condizioni di forte stress.

Purtroppo l’impegno economico e strumentale per portare avanti questo genere di studi è oneroso ed i risultati, ahimè, non sempre immediati. La mia fortuna è quella di poter contare sulla stima e l’appoggio di persone come Roberto Giordani (Montura), la famiglia Petris (Wolf-Sauris), Manuel Lugli-Davide Arrigo (Il Nodo Infinito) e il Dott.Emanuele Biasutti (Neurologo e Responsabile del SOS URNA dell’Ospedale ‘Gervasutta’ di Udine). Senza dimenticare la Società Italiana Medicina di Montagna ed il Gruppo Sopraimille, dei quali sono recentemente entrata a far parte e che da subito mi hanno offerto l’opportunità di confrontarmi con professionisti che da tempo lavorano ad alti livelli in questo ambito.

Tutto questo si sta traducendo in nuove ed interessanti linee di ricerca, con la speranza di poter dare un piccolo contributo alla creazione di quella che definirei una vera e propria “cultura della montagna”. Perché la montagna è e rimane un ambiente pericoloso - e come tale non va in alcun modo sottovalutata, ma è comunque possibile mettere in condizione chi la frequenta di viverla con serenità e sicurezza, fruendone ampiamente senza correre (perlomeno ove possibile e nei limiti del buonsenso) rischi inutili.

Leila Meroi
(Neuroscienze Cognitivo-Comportamentali)

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