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Tutti i vincitori della prima edizione del Premio Saint Vincent dedicato ai professionisti della montagna
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Hervé Barmasse con Pietro Giglio
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Valery Babanov
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Gioachino Gobbi e Christophe Profit mentre riceve il Premio intitolato a Toni Gobbi
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Premio Saint Vincent per i professionisti della montagna, la serata di premiazione

09.03.2008 di PlanetMountain

Il 7 marzo Valery Babanov, Hervé Barmasse, Ettore Taufer, Giovanni Amort, Elio Sganga e Marco Farina (Centro Addestramento Alpino), Christophe Profit e Pemba Doma Sherpa sono stati premiati in una serata che ha segnato il tutto esaurito al Casino de la Vallee.

La sala del Casino de la Vallee strapiena. Nell’aria un’attesa palpabile, accompagnata da una curiosità quasi non detta: cos’è questo Premio Internazionale Saint-Vincent? E perché premiare i professionisti della montagna, alias le guide alpine e gli operatori in divisa che hanno scelto la montagna come professione? Insomma, si percepivano domande e attese da anno zero per questa prima edizione. Domande che, all’alzarsi del sipario, sono sembrate dissolversi. Meglio, sono diventate irrilevanti. Forse perché ad entrare in scena sono stati la montagna e gli uomini che la amano.

Qui in tempi di altri confini è nato l’alpinismo, ha detto il Presidente della Regione Luciano Caveri. E qui il mestiere di guida alpina è diventato cultura del territorio. Una “cultura del cuore” e di amore per queste nostre montagne e per tutte le montagne, ha aggiunto Gioachino Gobbi della Grivel, l’altro patron dell’evento insieme al Forte di Bard e al Casino de la Vallee. Appunto di qualcosa che ha che fare con il “cuore” deve trattarsi. Non quello stucchevole e da buoni sentimenti - alla De Amicis per intenderci. Ma quello degli uomini e delle donne che hanno scelto di vivere il duro eppure imperdibile mondo delle terre alte.

Come ha fatto Pemba Doma Sherpa, alpinista nata ai piedi dell’Everest che ha dedicato tutta la vita alle sue montagne e alla sua gente. Alla sua memoria è andato il Premio Forte di Bard “per i valori etici e solidali”. “Quando Pemba ha scalato l’Everest da nord non l’ha nemmeno detto alla famiglia” ha raccontato il marito Rajen Taapa. Era la prima nepalese a farlo, ma non poteva quasi vantarsene semplicemente perchè l’alpinismo non era scelta contemplata per una donna.

Dopo è arrivata la salita dal versante sud della più alta montagna della terra, poi quella del Cho Oyu. E quindi il più importante Premio nepalese per l’alpinismo, l'avvio dell’agenzia “Climb High Himalaya trekking Company” e soprattutto di “Save the Himalayan Kingdom” la fondazione che ha costituito per dare modo al popolo sherpani di accedere ad un’istruzione e per salvare i simboli della sue radici culturali. E’ stata un’avventura bellissima quella di Pemba Doma, terminata anzitempo nel 2007, a 37 anni, mentre scendeva dalla cima del Lhotse. Resta però il suo esempio di donna e alpinista: un simbolo assoluto. Sicuramente per questo le è stato tributato il più lungo applauso della serata. Un applauso spontaneo, dettato direttamente dal cuore e dalla stessa speranza che Pemba ha creduto possibile.

Come è andata direttamente al cuore la testimonianza di un grandissimo dell’alpinismo di tutti i tempi, salito sul palco per ricevere il Premio Toni Gobbi per la “più significativa realizzazione di una guida alpina con un cliente”. Christophe Profit con la sua decima salita della Nord dell’Eiger, insieme al cliente ed amico Valery Guillebon (salito sul palco assieme a lui), ha dimostrato che l’alpinismo può e forse deve andare oltre l’exploit. “Aveva appena nevicato e la parete non era in condizioni, avevamo dunque la possibilità di rinunciare… ma abbiamo voluto partire lo stesso per vivere insieme quest’avventura, questo nostro sogno”. Un sogno all’insegna della lentezza e in contrasto con la grande avventura alpinistica di Profit, segnata dalle supersoniche performances solitarie sulla via americana al Petit Dru, sulla cresta de Peutérey in invernale e sulla trilogia delle tre grandi pareti nord: Eiger, Cervino e Grandes Jorasses, ma anche dalla splendida via nuova tracciata sul K2 con Beghin.

E’ un contrasto tra lentezza e velocità solo apparente, però. La montagna per Profit vive di valori più alti della pura prestazione sportiva. Quelli della ricerca di una simbiosi tra uomo e natura. E quelli del sogno da condividere e vivere uniti da un comune amore per l’ambiente selvaggio della montagna. Un sogno in cui Profit ha sempre creduto. Come ha sempre creduto nella professione di guida alpina. Una professione che ama e in cui mette a frutto non solo tutto il suo bagaglio di alpinista di altissimo livello ma soprattutto di uomo. Christophe è uno che “buca lo schermo” per la sua umanità, e anche a Saint Vincent l’ha dimostrato con estrema semplicità regalando a tutti il suo prossimo sogno: la trilogia delle tre nord, da ripetere come guida alpina sempre insieme a Valery, per tre vie difficili e che ancora non ha salito. Come dire che la passione per l’alpinismo supera tutti gli schemi precostituiti. Sì, Profit è il simbolo di una classe davvero unica che supera il tempo: da applausi incondizionati.

Come senza condizioni è la simpatia suscitata da Ettore Taufer, Giovanni Amort, Elio Sganga e Marco Farina del Gruppo Militare di Alta Montagna del Centro Addestramento Alpino, premiati con la Grolla d’oro "per la categoria dei professionisti in uniforme", per la spedizione al Monte Vinson. Una vetta raggiunta, dopo una traversata di 270 km con gli sci, segnata da uno stile e una volontà di approccio alla montagna che rifugge il concetto antico di “assalto”. Un’esperienza che il Gruppo Militare di Alta Montagna intende continuare nel segno di un’evoluzione che ancora una volta fa onore a questa Scuola dell’Esercito, così radicata nella tradizione valdostana e dell’alpinismo italiano, e a cui va sicuramente tutto l’incoraggiamento degli appassionati.

Nel segno della tradizione che si evolve è anche l’esperienza di Hervè Barmasse, ultimo erede di una tradizione di 4 generazioni di guide alpine, che ha ricevuto la Grolla d’oro per la "migliore realizzazione alpinistica internazionale di una guida alpina valdostana". La sua prima ripetizione e prima solitaria della direttissima sulla parete sud del Cervino aperta dal padre racchiude tutta la storia e la cultura di generazioni di alpinisti valdostani e non. Hervè sulla parete che l’ha visto nascere ha riaffermato un legame viscerale e genetico con la montagna. Una sorta di immateriale testimone che passa di padre in figlio e che la 30enne guida alpina di Valtournenche ha saputo interpretare in modo personale e ad altissimo livello. Perché se la sensibilità per la montagna ha radici profonde, Hervé ha dimostrato di saperle riconoscere e valorizzare anche nella sua recente e bella esperienza sul patagonico Cerro Piergiorgio. Ma è per la montagna che l’ha cullato e ispirato che viene premiato, perché sicuramente è l’immensità della sud che da sempre riempie i suoi orizzonti e che l’ha conquistato come un primo amore. E’ proprio un sorriso da ricordare quello che illuminava gli occhi di Hervè!

Lo stesso sorriso illuminante di Valery Babanov, il più occidentale degli alpinisti russi. L’unico ad aver acquisito il diploma internazionale UIAGM di Guida alpina. A scorrere la storia alpinistica di questo piccolo grande uomo venuto dalla Siberia c’è da impallidire. Non temono davvero alcun confronto le sue vie. Dal Pamir al Monte Bianco, dalle grandi montagne del Nord America all’Himalaya (sua terra eletta) le salite di Babanov hanno lasciato un segno profondo nell’alpinismo: da solo o in cordata il suo è un alpinismo ad altissimo livello che si è sempre distinto per leggerezza e stile. “Purtroppo esistono ancora pareti, come la ovest del Makalu, che sembrano impossibile in stile alpino” ha detto Valery “ma la mia scelta è di salire con lo stile che amo spostando di volta in volta il mio limite personale”. Un limite assoluto occorre precisare. Come quello raggiunto sullo sperone ovest dello Jannu per cui ha ricevuto questa “Grolla d’oro per la migliore realizzazione alpinistica internazionale di una guida alpina”. Una via bellissima (da università dell’alpinismo) su una montagna da sogno. Una realizzazione messa a segno con Sergey Kofanov che Valery ha voluto far salire sul palco assieme a lui. Da grande applauso finale!

Così è scappata via quasi troppo fretta questa serata, mentre nell’aria sembra esserci ancora qualcosa. Sarà perchè tutti i protagonisti hanno saputo mostrare un po’ di se stessi, semplicemente mostrando un po’ di quel cuore che fa superare tutti i dubbi e le preclusioni. Ma la sensazione è che l’anno zero di questo Premio sia stato come un seme gettato sul terreno fertile della passione per le montagne. Ora i frutti del futuro bisogna coltivarli percorrendo la strada che unisce il cuore alla mente. L’unica via, forse, che può aprire al domani e ai sogni di tutti.


Ps. Se non fossimo ormai andati lunghissimi e ben oltre il tempo massimo di lettura, ci sarebbe ancora da scrivere molto. Sulla splendida ospitalità della Valle d’Aosta. Sulle Betta Gobbi ed Eloise Barbieri perfette nell’accompagnare il manipolo di giornalisti arrivati da Spagna, Russia, Gran Bretagna, germania, Corea e naturalmente Italia. Ci sarebbe da dire della visita al di Centro Addestramento Alpino e dei suoi incredibili “tesori”, come i bassorilievi in legno sulle tecniche dell’alpinismo. Dello splendido Forte di Bard e del suo Museo delle Alpi: un’opera omnia e un plenum su tutto ciò che rappresenta la cultura delle terre alte da far girare la testa (e da visitare!). E ancora, Della mattinata ad arrampicare ad Arnad. E ancora, ci sarebbe da raccontare dell’aria di “tranquilla” festa che ha avuto come speciali animatori Profit e Babanov. Ma, appunto, non vorremmo emulare troppo De Amicis… ;-)

Vinicio Stefanello

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