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La parete ovest del K2 (8611m)
Photo by Victor Kozlov
Everest visto dal nord, con il Second Step a circa meta' cresta.
Photo by Francesco Tremolada
Il Cho Oyu dal Campo base
Photo by arch. S. Mondinelli
Jasemba 7350m
Photo by arch. Hans Kammerlander
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Alpinismo, Ottomila e tragedie

27.07.2007 di PlanetMountain

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una riflessione di Nicolò Berzi sulle recenti tragedie sugli 8000 con un editoriale della nostra redazione.

Cosa dire, come argomentare e come parlare di una morte, soprattutto avvenuta in montagna, è cosa che per noi (forse solo per noi?) non è mai stata facile. Lo abbiamo fatto raramente, sempre con dolore, sempre con mille dubbi sulle parole da usare, sul come si può comprendere ed accettare tutto ciò. Sarà perché è insopportabile (almeno per noi) affrontare il dolore di chi resta, la perdita e il vuoto lasciato da chi sulla strada (della nostra stessa passione) ha incontrato la morte.

In questi giorni ci hanno scritto chiedendoci perché non abbiamo riportato la notizia della scomparsa sul K2 di Stefano Zavka dopo che, venerdì 20 luglio, aveva toccato la cima come i suoi compagni di spedizione Daniele Nardi e Mario Vielmo. Contrariamente a loro, che hanno trovato una seppur difficile via di scampo in mezzo alla bufera, poi Stefano Zavka non ce l’ha fatta a ritornare né al campo 4 né tanto meno alla vita, al campo base.

E’ vero non abbiamo dato la notizia. E, contravvenendo forse alle regole dell’informazione, abbiamo preso tempo. Non è preordinato il nostro modo di reagire a queste tragedie. Forse le subiamo fin troppo emotivamente. D’altra parte la notizia si è comunque immediatamente diffusa. Noi dunque, questa volta come altre volte, abbiamo preferito aspettare...

Ora è giunta in redazione questa riflessione di Nicolò Berzi. Quasi uno sfogo per quanto è accaduto a Stefano Zavka sul K2, ma anche a Pierangelo Maurizio, scomparso sull’Everest lo scorso maggio. C’è qualcosa che non va, scrive Berzi. Non è normale morire per una passione! afferma poi. Sì, forse non c’è nulla di normale in tutto ciò. Come non c’è nulla di normale nelle grandi passioni. Siamo, lo sa bene chi le ha provate, chi le ha vissute, un po’ malati.

Verrebbe da dire che dobbiamo fare i conti con la nostra passione, e anche con la consapevolezza di ciò che comporta soprattutto su grandi, fantastiche (e pericolose) montagne come senz’altro sono gli 8000. Si deve essere coscienti che lì si va ad affrontare un territorio bellissimo ma che (per definizione) si pone tra la vita e la morte. Una terra estremamente dura, molte volte assolutamente crudele come solo i confini del mondo sanno essere. Questo, siamo sicuri, Stefano Zavka e Pierangelo Maurizio lo sapevano.

Non crediamo che si debba insegnare nulla a nessuno, crediamo che la passione per le grandi montagne (per chi ce l’ha) sia inarrestabile, anche se è vero che occorre essere coscienti di cosa significa affrontarle. Una consapevolezza (una perizia se volete) che il più delle volte però, purtroppo, non può comunque bastare di fronte al dolore…


Solo per fuoriclasse
di Nicolò Berzi

C’è qualcosa che non va! Più che un ragionamento è una sensazione, fisica, dolorosa, epidermica. In questa intensa stagione estiva sulle più alte montagne del Karakorum l’alpinismo italiano e non solo ha celebrato alcune salite davvero notevoli. La conclusione della collezione dei 14 ottomila, tutti saliti senza ossigeno, da parte della fortissima guida alpina di Alagna Silvio Mondinelli, più noto come “Gnaro”, e poi la straordinaria salita di altre tre guide alpine, Compagnoni, Unterkirker e Bernasconi, lungo l’inviolato pilastro nord del Gasherbrum II.

E’ ormai un fatto noto che i più forti alpinisti del mondo, italiani e non, sono guide alpine. Ma non è questo il punto. Il punto è che oltre ai successi di chi rientra a festeggiare al campo base ci sono quelli che non tornano. E sono tanti. E spesso anche loro sono guide. Come Pierangelo Maurizio di Bergamo sparito sull’Everest, o Stefano Zavka, di Terni, scomparso sul K2 di ritorno dalla vetta.
Li conoscevo entrambi. Con Pierangelo avevo fatto da allievo i corsi guida nel ’95. Legati insieme avevamo fatto anche alcune vie d’arrampicata sulle belle placche e fessure del Monte Bianco, sotto lo sguardo attento dell’istruttore che ci valutava. Era un bravo alpinista, arrivato in età non più verdissima a farne una professione.

Stefano invece, una volta diventato anch’io istruttore, l’avevo avuto come allievo agli esami per passare da aspirante a guida. Ricordo che gli avevo fatto i complimenti per come consigliava e seguiva trasmettendo sicurezza l’ipotetico cliente che in fase di esame fingevo di essero io. Non che fossimo rimasti in contatto o che fossimo diventati amici. Sia con Pierangelo che con Stefano ogni contatto era praticamente svanito, sbiadito da vite vissute in modo diverso. Ora non ci sono più. Il sogno di una vetta li ha risucchiati come fa con decine e decine di alpinisti, spesso molto meno preparati di loro.

Ma vi pare normale? A me no! Com’è possibile che un grandioso ambiente naturale dove si vorrebbe vivere un’esperienza gioiosa e appagante diventi in realtà un’inferno? Ma quali belle montagne più alte del mondo, come fanno ad essere affascinanti dei mostri costellati di cadaveri? Alexia Zuberer, mentre saliva all’Everest e poi contribuiva al salvataggio di Epis, il più fortunato compagno di Pierangelo che ha trovato qualcuno abbastanza forte da salvargli la vita, ha dichiarato di aver incontrato lungo la salita dall’ultimo campo alla vetta sette cadaveri. Sette cadaveri! Cazzo vi sembra normale? A me no!

Com’è possibile essere così schiavi di un desiderio, quello di arrivare in vetta, da sacrificargli la vita? Certo a volte ci sono gli incidenti, veri, come un maledetto seracco che crolla (Christian Kuntner lo scorso anno all’Annapurna) ma spesso è lo sfinimento, la stanchezza che uccide. Persone normali, anche bravi alpinisti che muoiono per la fatica, il freddo, a volte per l’incapacità di rinunciare perché l’ora è tarda, semplicemente si siedono nella neve e aspettano di smettere di respirare una volta per sempre, magari con sollievo. Vi sembra normale? A me no!

Io ho capito che non sono fatto per quelle grandi montagne, non sono abbastanza forte. Le cime più alte della Terra, in particolare gli 8000 più alti, sono per fuoriclasse, gente non comune, lasciamole a loro. Sono per i Mondinelli, Unterkircher, Bernasconi, Compagnoni, sono per i Meroi e i Benet, non sono per alpinisti normali. Non sono per noi. Questo andrebbe detto chiaramente. Lasciate perdere, questo genere di sogni è micidiale.

Già i fuoriclasse rischiano grosso a volte, e può andare storta anche a loro (Lafaille, Chamoux, Begin, e tanti altri), ma almeno hanno la possibilità di ridurre i rischi perché sono persone dalla resistenza e dalla forza fuori del comune. Non serve allenarsi, i fisiologi direbbero che un VO2max basso non lo alzerai mai, è genetico, serve essere fatti di una pasta diversa. Basta, stiamo a casa, già sulle Alpi e su qualche bella cima alta, senza arrivare a 8000m si possono vivere gran belle avventure, purtroppo anche pericolose a volte. Lasciamo i grandi 8000 ai fuoriclasse!

Nicolò Berzi

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